BALOBESHAYI

African Women Voices

A bit About My Hair Journey

“Non ti permetterò di andare in giro così!”

Stella mi passa le dita tra i capelli e l’effetto è un suono in lontananza a metà tra la paglia sfregata e il pennarello secco che scrive su carta.

“Non ti permetterò di andare in giro con questi capelli,” mi minaccia. “Da domani verrai qui ogni giorno per sette giorni!”

Per quanto apprezzassi lo sforzo pro bono di prendersi cura delle cime rinsecchite che abitavano la mia testa, l’evento più grande era un altro: per la prima volta in vita mia sarei andata da una parrucchiera! E quale momento migliore? Da pochi mesi mi ero trasferita a Cardiff, nel Regno Unito, e i miei capelli, un tempo coccolati e intrecciati da mia madre e le sue amiche, erano rimasti orfani, abbandonati in mano a una madre biologica snaturata e priva di esperienza nel campo.

Il giorno seguente sono tornata in quello che era all’epoca l’unico parrucchiere per capelli afro – caraibici della capitale gallese, un posto che porta il nome della sua stessa proprietaria: Stella. Ciò che è seguito a quell’incontro nel 2011 è stato un continuo laboratorio di esperimenti, una sala giochi aperta 24 ore al giorno, una scoperta.

Sin dalla tenera età i miei capelli sono stati intrecciati in un groviglio di fili e in seguito, di extensions ad opera di persone a me vicine. Ma arrivata a Cardiff come studentessa, la ricerca di qualcuno in grado di prendersi altrettanta cura dei miei ricci è cessata il giorno stesso in cui è cominciata: assenza di fondi e voglia di sperimentazione sono state due motivazioni convincenti, quelle ufficiali. La verità è che stavo scoprendo qualcosa di nuovo, sia per me che la città di Cardiff. Nel maggio del 2011, ho portato la mia scoperta nel mio ambito lavorativo, i media, scrivendo un articolo per The Guardian: una mappa dei negozi per capelli afro – caraibici della città, sorprendentemente ispirati da un concerto che Michael Jackson fece negli anni 60-70. Ho saccheggiato questi magazzini di prodotti che promettevano capelli perfetti e gestibili quando ho preso la decisione di passare a uno stile cosiddetto “natural”. Ho provato di tutto, anche la temutissima e brucia-tutto piastra, ma loro non si rianimavano, anzi, restavano lì, intrappolati sul mio cranio con un filino di ossigeno e in fin di vita.

Trasferitami a Londra, ho scoperto Lush, un negozio di prodotti naturali dove lavorava una “natural” come me, mi ha consigliato i prodotti più adatti ai nostri capelli e sembrava anche funzionassero. Guadagnavo in elasticità e luminosità ma perdevo in conto in banca. Per cosa poi? Ingredienti che potevo rimediare da sola: olio di jojoba, olio di lavanda, olio d’oliva, burro di karité… Burro di karité, potrei riempire la British Library solo sull’argomento! È ormai l’ingrediente di base in tutte le mie ricette di prodotti per il corpo e capelli, e anche il maggior contribuente alla crescita della mia chioma, da quando nel 2012 ho deciso di affrontare quello che gli americani chiamano “the big chop”: il taglio definitivo dei capelli. Come incoraggiamento a chi crede che perdere i propri capelli equivalga alla perdita della propria femminilità, il mio big chop è coinciso con l’incontro romantico più importante.

Fast forward al 2014: i miei figli filanti crescono sani e forti, nutriti da creme di mia produzione, addobbati secondo suggerimenti trovati su YouTube o su blog come My Fro And I. Una delle leggi che applico è non nutrire la chioma con prodotti di cui non riesco a pronunciare il nome e di cui non conosco la natura. Il viaggio continua. E sì, questo è stato anche un modo per gestire , imparare e sperimentare la mia cultura africana. Ma l’argomento richiederebbe di riempire un’altra biblioteca.

Originalmente pubblicato su Nappytalia 

 

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